Ho presentato questo intervento alla conversazione pubblica "Abituarsi all'insopportabile?" organizzata dal Centro Lacaniano di psicoanalisi applicata di Rimini, 14/4/'25 presso la Cineteca Comunale di Rimini.
Lo spunto per questo mio intervento è il cambiamento delle policy di Meta annunciato da Mark Zuckerberg dopo l’insediamento di Donald Trump come presidente degli USA.
Meta, come sapete, è la società che controlla i servizi di rete sociale Facebook e Instagram, i servizi di messaggistica istantanea WhatsApp e Messenger.
Queste modifiche annunciate riguardano l’eliminazione del fact checking (e cioè non ci saranno più agenzie terze che controllano la veridicità dei contenuti pubblicati sulle piattaforme) e l’interruzione dei programmi di diversità equità e inclusione, cioè quella struttura organizzativa che cercava di promuovere il trattamento equo e la piena partecipazione di tutte le persone, in particolare dei gruppi che, in passato, sono stati sottorappresentati o soggetti a discriminazione sulla base dell'identità o della disabilità.
Per fare un esempio pratico: si potrà dire malato mentale se ciò è legato a sessualità o identità di genere. Inoltre, non sono più proibite espressioni di odio contro persone o gruppi basate sulla loro appartenenza a "categorie protette".
Ciò che mi ha colpito molto è che nell’annunciare quanto su detto abbia dato un’enorme rilievo al fatto che, grazie a questi cambiamenti, ci sarà finalmente il ritorno alla libertà di espressione e la fine della censura, cito “È ora di tornare alle nostre radici sulla libertà di espressione”.
Quando qualcosa cambia è perché ciò risponde ad una necessità, in questo caso: qual è la necessità di questo cambiamento?
Perché prendo questo “caso Meta”? Perché penso sia sintomatico di una più generale crisi dei limiti, nel discorso pubblico e nei media, che rivela una tendenza più ampia: che è quella della non accettazione del limite e l'illusione di una libertà assoluta svincolata da quella che in psicoanalisi si chiama castrazione simbolica che non è altro che il processo attraverso il quale impariamo che il nostro desiderio non è illimitato, che ci sono delle regole e dei limiti che ci permettono di vivere in società e di entrare nel mondo del linguaggio. È un "taglio" simbolico alle nostre pretese di onnipotenza infantile.
Ho intitolato questo intervento “la verità vi prego sulla verità” perché mi chiedo che statuto possiamo dare in questa epoca alla verità?
Assistiamo ad una parola sempre più erosa, che scivola, non fa presa, è volatile, e così ad un pensiero flebile; il rischio è che la parola diventi priva di significato, una vale l’altra.
È L’Epoca della post-verità.
La post-verità è un termine che descrive una condizione in cui i fatti oggettivi sono meno influenti nel plasmare l'opinione pubblica rispetto agli appelli all'emozione e alle credenze personali. In un'era di post-verità, le affermazioni non devono necessariamente essere vere per essere accettate; possono essere percepite come vere se si allineano con i pregiudizi o le emozioni di una persona.
Le reazioni emotive e le convinzioni personali hanno un peso maggiore dei fatti oggettivi.
Dunque, c’è una relativizzazione della verità.
Vi è la diffusione di informazioni false o fuorvianti: le fake news.
Si crea un Relativismo: la tendenza a credere che tutte le opinioni siano ugualmente valide, indipendentemente dalle prove a sostegno.
La disinformazione e la propaganda possono diffondersi rapidamente e facilmente, spesso amplificate dai social media e le piattaforme digitali diventino veicoli di "verità" costruite ad hoc per manipolare l'opinione pubblica, con conseguenze sulla coesione sociale e sul dibattito democratico.
Quali sono le conseguenze se si fa spazio la tendenza a considerare i limiti come un problema da aggirare, se c’è sempre più discordanza tra parola e fatto e il linguaggio scivola e non fa presa?
Il "tutto è possibile" e l’evitamento della frustrazione contribuiscono a una difficoltà collettiva nel confrontarsi con la mancanza e con i limiti intrinseci alla realtà e alla convivenza.
La parola non media più, piuttosto incita o giustifica l'azione distruttiva.
Tutto ciò promuove un effetto preciso, che è sotto gli occhi di tutti perché permea i fatti di cronaca e non: la violenza verbale, gli agiti violenti e l'odio.
L'odio promosso o tollerato dalle nuove policy di Meta è la manifestazione di un'intolleranza radicale verso la differenza, alimentata dalla polarizzazione "noi/voi" e dalla negazione della comune umanità.
Abbiamo intitolato queste conversazioni Assuefarsi all'Insopportabile: perché vorremmo discutere con voi su come la ripetuta esposizione alla violenza verbale e all'odio pare come desensibilizzarci, portando a una forma di accettazione passiva, di assuefazione a ciò che dovrebbe essere eticamente inaccettabile. Davanti a tutto questo stiamo perdendo la capacità di indignazione e di reazione? Stiamo diventando cinici e disimpegnati per difenderci da tutto questo?
Assuefarsi all’insopportabile è assuefarsi alla Violenza e all'Odio?
Dico tutto questo non da una posizione nostalgica per un’epoca precedente in cui i limiti erano chiari e invalicabili. Piuttosto si tratta di dare una lettura del fenomeno per esserne avvertiti e cercare, dal proprio posto e professione di farne qualcosa, di rispondervi.
Come la non accettazione del limite e la post-verità plasmano la sofferenza psichica contemporanea?
Come clinici assistiamo ad un aumento dell'angoscia legata all'incertezza.
Come cittadini assistiamo ad una sfiducia nelle autorità e nelle fonti tradizionali di informazione, e ciò spinge verso forme di populismo e di identificazione con le figure autoritarie.
La fluidità del linguaggio e la mancanza di verità condivise contribuiscono a una maggiore fragilità identitaria e a una ricerca disperata di certezze, spesso trovate in narrazioni complottistiche o in gruppi omogenei che condividono l'odio per un "nemico".
Nelle relazioni interpersonali vi è un aumento della conflittualità, difficoltà nell'empatia e nel riconoscimento e rispetto dell'alterità, dell’altro come diverso da me.
Concludo
Qual è la responsabilità dello psicoanalista di fronte a questa deriva? A mio, e a nostro avviso, è quella di promuovere un dibattito, uscire dai nostri studi e aprirci al sociale in occasioni come queste per prendere posizione, dando lettura dei fenomeni a partire dal proprio posto.
E lo facciamo con delle insegnanti e una Dirigente scolastica che sono in prima linea nell’educazione delle nuove generazioni.
È importante sostenere interventi educativi che favoriscano lo sviluppo del pensiero critico, dell'empatia e del rispetto per la differenza, e un ascolto attento e avvertito dei ragazzi per andare ad intercettare un eventuale disagio e sostenere il loro percorso di crescita nei suoi inciampi.
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