SHOPPING COMPULSIVO
Si chiama shopping compulsivo ed è una delle nuove dipendenze che affligge ben il cinque per cento degli italiani.
Non è una percentuale piccola!
In cosa consiste?
Le persone che ne sono affette sentono “dentro” un impellente bisogno di comperare e comperare.
Anche cose assolutamente inutili, ma che in quel momento vengono percepite come “necessarie”, “irrinunciabili”, come se il loro possesso fosse una promessa di felicità, di benessere.
Per lo più si tratta di capi di abbigliamento: vestiti, scarpe, borse, accessori, ma anche oggetti per la casa o per il tempo libero.
Se si pensa che ad attrarre siano oggetti di pregio, abiti firmati, scarpe all’ultima moda, ci si sbaglia.
Per chi soffre di questa patologia non ha molta importanza la qualità e il valore della merce, ma….che sia merce.
Cioè che sia qualcosa che si possa acquistare e materialmente portare via con sé.
Per poi, magari, dire “ho speso troppo”.
Il concetto di “troppo” è sempre relativo, e quindi può essere una borsa il cui costo è a vari zeri, oppure una sciarpa acquistata su una bancarella a pochi euro.
“Troppo” esprime in ogni caso che si è compiuto un eccesso rispetto alle possibilità e, soprattutto, alla necessità.
Dire “troppo”, infatti, già significa che c’è uno scollamento tra il desiderio bruciante che ha spinto all’acquisto e l’uso che si farà di quell’oggetto, a prescindere dal suo costo.
Esaurita la frenesia del momento restano armadi pieni di vestiti, o cassetti pieni di cianfrusaglie che mai nessuno userà.
Tra gli “shoppers compulsivi” ci sono rock star e casalinghe, imprenditori e persone comuni che magari faticano ad arrivare a fine mese.
Sono accomunati dal bisogno patologico di possedere materialmente oggetti per non sentire un vuoto interiore e una insoddisfazione che li precipiterebbe nella depressione.
Già, la depressione.
Perché all’origine di questa patologia che ti erode un poco alla volta, c’è la grande malattia di questo tempo: la paura di non esistere come persone e la sensazione di non riuscire ad accedere al proprio pezzetto di felicità.
Sembra che la personale esistenza e credibilità sociale sia legata al possesso di beni materiali che va ben oltre il limite del necessario e del bello.
Desiderare il necessario è appunto….necessario.
Desiderare il bello rientra in una dimensione di giusta ricerca del piacere e dell’appagamento estetico.
Ma chi soffre di shopping compulsivo non cerca né il necessario né il bello: cerca il possesso in sé.
Cerca la sensazione di pienezza e benessere attraverso una via illusoria quanto pericolosa.
Pur di comperare si è infatti disposti anche a commettere illeciti, ad esempio attraverso assegni scoperti, o sottraendo risorse economiche alla famiglia, o ricorrendo a prestiti per sanare i quali si ricorre a forme di finanziamento pericolose e ricattatorie.
Che fare?
E’ importante che le persone siano messe nella condizione di ragionare sulle proprie azioni e, da questo punto di vista, è fondamentale che nelle famiglie o tra gli amici ci sia un dialogo che vada nella direzione di una analisi critica dei comportamenti.
E’ poi fondamentale interrogarsi sul personale stile di pensiero, su quali siano i propri desideri, quale la graduatoria di priorità che si dà alle varie cose ed azioni.
Se queste persone fossero aiutate a “pensare” e a “pensarsi”, scoprirebbero che il vuoto che temono tanto di sentire può essere riempito solo in modi ben diversi.
Infatti l’unica cosa che può aiutare la mente a stare bene è…saper pensare criticamente: su di sé, sul mondo in cui si vive, sui modelli di comportamento a cui ci si riferisce nelle proprie personali scelte.
Non facile, perché significa sottrarsi ai condizionamenti che spesso gravano su tutti noi senza che nemmeno ce ne accorgiamo e che iniziano già nell’infanzia quando, tra bambini, si fanno confronti non su personali abilità (cosa che stimolerebbe una sana competizione ed emulazione), ma su chi possiede la cintura tal dei tali o il giaccone tal altro.
E se una persona si accorge di soffrire di questa patologia pericolosa sia sul piano personale che sociale?
E’ bene che si rivolga ad uno specialista, senza vergognarsi, senza temere di essere giudicato.
Già accorgersi di avere un problema è segno di intelligenza e pensiero critico!
Ed è già metà percorso fatto…..
Adelaide Baldo
(medico psicoterapeuta)